l’«Opera seconda» Tesauro, a proposito di Calvino, scrive:
«
costui, sì come di natura fiero quanto si è detto, onde dal
Bucero, suo intrinseco, era chiamato per gabbo il can rabbio-
so», annotando come fonte una lettera di Butzer a Calvino; più
avanti riprende: «onde i Genevrini (come conta il Massone)
solean dire che più volentieri sarìan dimorati con Beza fra’ dan-
nati, che con Calvino in paradiso, però che costui con la sua
tetricità arebbe lor malinconizzata la beatitudine e Beza con le
sue buffonerie gli arìa tenuti allegri anco in inferno».
Nella
Continuatio
,
nell’anno 1564, paragrafo 25, troviamo:
«
Bucerus etsi amicus familiari epistola eum castigaturus canem
rabidum vocarit»; e poi, con l’indicazione di Papir Masson
come fonte: «Genevenses inter jocos dicerent, malle se apud
inferos cum Beza esse (qui videlicet suis scurrilitatibus, et festi-
vis iocis, eos in mediis flammis exhilaravisset) quam apud supe-
ros cum Calvino».
Nel capitolo introduttivo, la descrizione di Guglielmo
Ferraù fino ad un certo punto coincide con quella di Gugliel-
mo Farel presentata da De Sponde negli anni 1523, n. 15 e
1535,
n. 7:
Il susseguente anno cominciò a risonar nel Delfinato il fremito di
Guglielmo Ferraù, sacerdote sacrilego e predicator perverso, ma di tanta
energia nel declamare che le sue voci non parevano uscir da un petto
umano, ma da una machina di ferro spirante fiamme. Questi, avendo
richiamati al mondo gli spenti errori di Paolo Samosateno circa lo Spiri-
to Santo e degli elcesaiti a favor de’ rinegati per timor de’ tormenti e per-
ciò disterrato dalla Francia a suon di tromba, ne andò qua là come furia
infernale, disseminando fiamme di eresie e ribellioni.
Guillelmus Farellus […] quem vidimus Gallia extorrem […] vero cogno-
mine Ferreus: adeo quoque pro nominis conditione vehemens ac fer-
reus, ut in disputationibus et praedicationibus detonare et fulminare
videretur […]. Qui etiam Pauli Samosateni haeresim renovans, docebat
Spiritum Sanctum esse quendam motum creatum: itemque Elcesaitarum,
dicens nolle se eos damnare, qui periculorum forminide fidem suam dis-
simulabant, modo idolatriam exterius non profiteantur.
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