metafore, che adornano il testo, la prima è di natura astrono-
mica, ancora una volta destinata a significare una mutazione di
fortuna tipica delle «cose umane», ed anche dell’istituzione di
cui si sta facendo la cronaca: «Ma come nelle sfere celesti, sali-
to ogni pianeta al ponto supremo dell’apogeo incomincia rivol-
gersi al perigeo e di diretto divien retrogrado, così nelle cose
umane […]». Trattasi della peste del 1599-1600, «anno secola-
re» il secondo, e per ciò stesso descritto come capace di far
«
uscire della porta santa un secolo più bello e più felice»: l’atte-
sa è politicamente colmata dalla «permutazione del marchesato
di Saluzzo» da parte del non nominato Enrico IV (e neppure è
nominato Ravaillac). A questo punto è lecito al Tesauro prati-
care l’«arte simbolica» e scrivere: «L’asta del gran Carlo Ema-
nuele piantata in terra (come quella di Romolo) si cambiò in
arbore ameno, alla cui felice ombra tornarono festanti le virtù e
le muse».
Il quinto capitolo illustra l’«Opera quarta» della Compa-
gnia: «Il Soccorso de’ poveri vergognosi. La Compagnia delle
umiliate per servire a’ poveri. Il Monte di pietà». Si torna, e
felicemente, a rilevare la necessità di provvedere alla povertà,
“
vergognosa” e non, ovvero della classe nobiliare e del cosid-
detto “popolo minuto”. Si pratica sì l’elemosina, ma anche si
erige uno di quei monti di pietà, che, osserva sorprendente-
mente il Tesauro, il famoso «Bodino, benché autor poco catoli-
co», aveva dimostrato di apprezzare, nella forma assunta in Ita-
lia. L’istituzione, soggetta alle vicende alterne del ducato ed in
ultimo affidata alla «benignità di Sua Reale Altezza», compor-
ta nella prosa del Tesauro l’inserzione di due inserti economici.
L’uno verte sulla necessità di combattere l’«usura» lasciata
esercitare agli ebrei, com’era di prassi in tutta Europa, ma,
stando ad una prescrizione pontificia, da ridursi dal «trentatré
per cento» al «diciotto per cento». L’altro si diparte dal «nota-
bilissimo inconveniente che, piccolo nel suo principio, andava
consumando il capitale» del Monte, causato dallo scadimento
delle «monete basse», ovvero «fiorini e scuti da otto fiorini»,
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