aprono, del resto, con quella abbastanza inquietante contro
quel padre Monod, che a Torino non solo lo aveva voluto nel
’26,
ponendo fine alle sue peregrinazioni (da Sezze era passato
a Mondovì, e poi a Milano), ma aveva anche accelerato la sua
difficile promozione sacerdotale. Di questa controversia vio-
lenta, astrologicamente iniziata, ha scritto sufficientemente la
Doglio
12
;
qui occorre far sapere che pose naturalmente fine
all’esperienza gesuitica del Tesauro, rivelandone costumi del
tutto estranei a qualsivoglia responsabilità religiosa. In partico-
lare, il Vitelleschi ci lascia un ritratto del nostro giovane gesui-
ta non propriamente edificante, o conformista. Rivolto al pro-
vinciale Sangro il 9 aprile del ’27, egli scrive: «intendo adesso
che il f. Emanuel Tesauro procede con molta libertà, che porta
la barba lunga e zazzara, alla secolaresca, che sta tutta la matti-
na in letto, e che non si sa quando senta la messa e faccia ora-
zione»; il successivo 1° maggio obietta al Monod, che «gli dà
spalla», l’aver saputo che il Tesauro «l’ultima notte di carneva-
le si trovò in corte presente con V. R., per quanto si raccoglie, a
certi balletti, con poca edificazione di quelle Altezze». E non
basta, non mancando neppure un’involontaria o, per meglio
dire, prematura messa in burla del futuro celebratore dei ritua-
li simbolici dei cavalieri frequentatori assidui (non solo in
tempo di carnevale) di quei «balletti». Ad altro interlocutore il
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marzo del ’25 aveva fatto sapere «che il fratello Emanuel
Tesauro in una ricreazione aveva col parlar piccato alcuni, e ci
fu uno che, sentendosi troppo offeso dalle sue parole ingiuriose
l’aspettò per dargli con un bastone, ma la cosa non ebbe effetto,
perché il f. Emanuele non passò di là». Soggiungeva il Vitelle-
schi che lo stesso «Tesauro raccontò poi – avendo offeso altra
persona con un’impresa – che li teologi del primo anno gli […]
aveano fatta […] un’impresa di due bastoni incrociati col
17
12
D
OGLIO
,
Dalla metafora
…
cit., pp. 7-8.