conte di Sanfré, il cui credito presso il principe e il cui merito
verso i padri era grandissimo. A lui dunque per corta via rap-
presentarono il disiderio della Compagnia; ed egli, che si vide
messa inanzi quella fortuna ch’egli andava cercando, lieta-
mente rispose che, poiché agli uni e agli altri l’istesso Iddio ad
un tempo avea messo nell’animo quel pensiero, molto volen-
tieri accettava la lor profferta; e rendendosi interprete della
mente e mallevadore del beneplacito de’ suoi superiori, offe-
riva se medesimo, mentre che in Torino dimorarebbe, per loro
padre. Il che udito, il conte con gli altri confratelli, levate le
mani al cielo, con le ginocchia in terra gli si consegnarono per
ubidienti figliuoli; e se la perdita dell’antecessore gli avea fatti
piangere di tristezza, l’acquisto di un tal successore li fece pian-
gere di allegrezza. Indi condottolo a San Benedetto, dopo gli
affettuosi rendimenti di grazie a Dio, rassegnargli le stanze già
tenute dal padre Quinziano; e da quel giorno cominciò la dire-
zion de’ padri del Giesù, mai più non interrotta, verso la Com-
pagnia di San Paolo.
Avendo adunque i fratelli sperimentato in fatti molto mag-
gior frutto che non imaginavano dalle sante opere e incessanti
fatiche di quella piccola missione, divisarono fra loro quanto
maggiori aiuti al fine ch’essi miravano, e quanto gran beneficio
ne sentirebbe la città e tutto il Piemonte, se vi si fosse formato
un corpo di colleggio col numero de’ maestri e operai necessa-
rio per gli ministeri di quella religione nata e destinata al publico
bene. Ma le forze loro non si agguagliavano al disiderio; e dallo
interrompimento de’ negoziati si vedea chiaro che nell’ordine
della providenza divina ancor non era venuta per maturar così
grande affare la sua stagione. Era già stata questa impresa con
privato studio meditata dal prenominato don Antonio Albosco
nella sua santa solitudine della Certosa. Però che, prima che di
alcun mutamento del padre Quinziano si sospicasse, essendosi
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si sospicasse
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si sospettasse.