in tanta non prevedibile compattezza; ed è il linguaggio della
scienza fisica ad allargarlo: «sì come una piccola esalazione
assediata da’ freddi nuvoli per naturale antiperistasi maggior-
mente s’infiamma e luce, così la fede in un piccol residuo di
buon catolici, tra la moltitudine degli eretici, molto più ferve e
risplende di quella che, sparsa in molti nella somma tranquillità
della Chiesa, incominciava a intiepidire». Quasi quasi verrebbe
voglia di trasferire l’intero paragone all’opera in corso di
esame, augurandosi un’«antiperistasi» anche per la scrittura di
essa, la cui «fiamma e luce» paiono tenui, se solo si pensa esse-
re questi gli anni del
Cannocchiale
.
Proseguendo si colgono
ancora i fiori retorici, ma un po’ appassiti, d’un’altra personifi-
cazione animalesca, la «scelerata volpineria di Calvino e di
Beza», e della similitudine dei nuovi adepti della Compagnia
all’«anello tocco dalla calamita,
che
per secreta virtù traendo
l’altro, forma una longa catena».
Il secondo capitolo della nostra storia, ovvero l’«Opera
prima della Compagnia di San Paolo», dimostra, come si legge
nel titolo apposito, «La frequenza de’ santi sacramenti e il
sostenimento della fede catolica». Non solo più gli ugonotti,
«
che sotto nome di evangelica cena partendo un tozzo di pan
profano e comune, stornavano i popoli dalla participazione del
vero e vivo corpo del Salvatore», ma anche i «religiosi» cattoli-
ci sono riprovati: perché «con pochissimo decoro custodiva
no
e
esponeva
no
sopra gli altari» l’ostia dell’Eucarestia, e perché:
«
quasi senza niuno onore di accompagnamento e di lumi
la
portavasi per le strade a’ moribondi». Anche qui la documen-
tazione occupa la pagina e determina lo stile: riferiti sono gli
atti del Concilio di Trento, la vita (del Giussano) di san Carlo
Borromeo, autentico ispiratore della Chiesa torinese di fine
Cinquecento e di primo Seicento
9
,
le pagine del De Sponde,
14
9
Mi permetto di rinviare al mio art.
Due testimonianze del pellegrinaggio
di San Carlo alla Sindone (1578): Filiberto Pingone e Francesco Adorno
,
in «Studia Borromaica», XII (1998), pp. 253-260.