ed aggiungeva: «né d’altro suggetto homm’io proposto che la
simplice relazione delle opere della Compagnia, le quali sole
lodano gli operatori». Dichiarazione, forse, da integrare con
quanto il Tesauro dice di sé concludendo l’opera, «al primo di
decembre dell’anno 1657», e discorrendone coi «virtuosi con-
fratelli che […] professano» «questo santo instituto»: «a’ quali
come ad amantissimi e riamati compatrioti, in questa mia
cadente età, questa piccola e frettolosa, ma affettuosa fatica, col
cuore istesso presento, dedico e consacro». Non è davvero que-
sto, è necessario ribadirlo, l’uditorio cortigiano, per cui aveva
senso far retorica violenza al linguaggio della comunicazione, sì
da cavarne esempi culti di prosa storica, panegiristica, morale e
critica, per far cenno d’altre opere del Tesauro, di maggiore
impegno letterario.
Se mai il linguaggio s’inarca nella «simplice narrazione»
prevista, è quando il resoconto dello scoppio dell’eresia e il suo
diffondersi in Europa lacerano tuttora la salda e proclamata
fede cattolica del Tesauro. Era messo a repentaglio il suo dop-
pio e congiunto credere nella Chiesa di Roma e nella dinastia
governante di Torino. Il Lutero di Tesauro non è ovviamente
quello di Sarpi; forse può avvicinarsi a quello imminente di Pal-
lavicino
8
.
La scrittura comincia a farsi meno insultante, perché
screziata da qualche metafora, nella successiva e parimenti par-
ziale (anche perché incompleta) descrizione degli altri riforma-
tori. Nel passaggio da Lutero ad Andrea Carlostadio è sufficien-
te l’impiego di un verbo animalesco: «da quella sola scuola d’i-
niquità sfarfallò una monstruosa moltitudine di eresiarchi». Ma
è poca favilla, come attestano gli epiteti di Zwingli «pastor del
popolo fattosi lupo rapace» (con probabile eco di un famoso
luogo di Dante); degli «Ussiti, o sia Valdesi, a’ quali una lunga e
12
8
S. P
ALLAVICINO
,
Istoria del Concilio di Trento
…,
Roma, stamperia d’A.
Bernabò dal Verme erede del Manelfi, G. Casoni libraro, 1656-1657.