nel Piemonte, occupato a metà del XVI secolo dai francesi,
risulta più agevole entrare nella storia della Compagnia. La
quale prevede al primo capitolo proprio l’«Origine e instituzio-
ne» della medesima, anno 1563, regnante Emanuele Filiberto,
visti inutili i tentativi d’investire del problema degli eretici in
Piemonte (dalle valli valdesi a Ginevra) e il pontefice Pio IV e
il re di Francia Carlo IX. «Dal libro autentico della Compagnia
di San Paolo, pag. 3», il Tesauro riporta i propositi dei sette fon-
datori, e prevalente appare in essi la militanza controriformisti-
ca (l’anno è l’ultimo del Concilio di Trento): «Queste conside-
razioni – relative al non impegno del governo francese – acce-
sero nel petto di sette zelantissimi cittadini un generoso e pie-
toso instinto di fare anch’essi tra loro una santa conspirazione
per sostener vivamente la fede catolica, primieramente col
publico esempio di religiose opere totalmente contrarie a quel-
le degli ugonoti; di poi col proposito di esporre anco le proprie
vite al sacrificio, quando per l’insolenza de’ rubelli così richie-
desse il servigio di santa Chiesa». L’esito di questa iniziativa è
declinato per via ossimorica, congiungendo verbi e sostantivi in
un modo che non dispiacerà sino, almeno, al Manzoni della
Pentecoste
:
Così cominciarono come in una sacra palestra ad esercitarsi in privato e
poi nel publico alle opere di ogni pietà cristiana; e con l’esempio e con la
voce accendevano i tiepidi, confermavano i vacillanti, riprendevano i
subornati, atterrivano gli avversari; e dalla conversazion di que’ pochi
nasceva la conversion di molti, talché i promotori della eresia si videro
attraversata la strada alle lor diaboliche persuasioni da un piccolo bran-
co di risoluti colleghi.
Ai costrutti ossimorici si aggiunga il gioco di parole fra «con-
versazione» e «conversione», e si avrà un saggio di quanto sor-
vegliata sia ora la penna arguta del Tesauro, conformemente a
quanto già suggerito. Del resto, nel rispondere al Bellezia, che
tanto lo aveva magnificato, il Tesauro aveva affermato di non
voler neppure intessere un di lui «panegirico», genere retorico
in cui eccelleva, come dimostrano le raccolte del ’33 e del ’42,
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