della Compagnia con alcuni importanti provvedimenti, l’esito di
questi è tutto da determinare. D’altronde negli anni del più pieno
dispiegarsi del riformismo amedeano la Compagnia aveva dato
spesso prove di autonomia. Esemplare in questo senso mi pare la
vicenda del senatore Maurizio Ignazio Graneri, membro della
Compagnia dal 1682. Questi nel 1723 si era opposto alla politi-
ca amedeana verso il Senato di Piemonte, rifiutando anche la
nomina a presidente del Senato di Nizza. La reazione del sovra-
no era stata rapida e dura: Graneri era stato arrestato, posto al
confino e privato del suo ruolo. Ciò nonostante, egli restò sem-
pre nel Consiglio della Compagnia, anche durante la sua forzata
assenza dalla capitale. Una decisione che non poteva non avere
un preciso significato politico, non fosse altro che rimarcare la
propria autonomia
57
.
Nel 1730, poco prima d’abdicare, Vittorio Amedeo II decise
di affidare al presidente della Camera dei conti una funzione di
controllo sulla Compagnia. Sulla carta questo provvedimento
pose una pesante tutela su di essa, ma – come già notava Abrate
trascorsi i primi anni, «si trattò sempre di una carica priva di
contenuto effettivo»
58
.
Due anni più tardi, la carica di tesoriere della Compagnia fu
sottratta ai confratelli ed assegnata ad un funzionario di nomina
regia
59
.
Ciò avvenne in seguito ad un grave scandalo che travolse
57
Graneri, liberato dal confino nel 1725, restò nel Consiglio della Compagnia
sino al 1732. Dal 1733 alla morte, nel 1740, fu ascritto tra i protettori generali
della stessa. Su Graneri, cfr. G
ENTA
, 1983,
pp. 19, 25-27; M
ERLOTTI
, 2002**.
58
A
BRATE
, 1963,
pp. 94-95.
59
Dal 1732 al 1800 si successero quattro tesorieri della Compagnia: prima
Francesco Antonio Andreis; poi, dal 1741, Giovan Zaccaria Nota, il quale,
dopo vent’anni d’attività, trasmise la carica al figlio Giuseppe Ignazio (questi
sposò la sorella del botanico Carlo Allioni ed il loro primogenito Alberto –
1775-1847 –
fu il celebre commediografo) ed infine Stanislao Guidi, che resse
la carica sino al 1800. Si noti che nel 1743 Giovan Zaccaria Nota fu nomina-
to da Carlo Emanuele III anche «tesoriere de’ vescovadi, abbazie e benefici
vacanti» (AST, s.r.,
Patenti Controllo Finanze
, 1743,
reg. 18, cc. 2
r
-2
v
, 23
luglio 1743), carica che passò poi anch’essa al figlio Giuseppe Ignazio.
153