il tesoriere Francesco Domenico Berlenda, il quale scappò
improvvisamente da Torino, portando con sé parte della cassa
della Compagnia e di altri enti di cui amministrava la tesoreria
(
fra questi erano l’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e l’Econo-
mato generale dei benefizi vacanti). Quello che è interessante
notare è che, sebbene fosse confratello della Compagnia sin dal
1696
ed appartenesse ad una famiglia della quale altri membri
avevano ricoperto analoghe funzioni nel secolo precedente, Ber-
lenda era divenuto tesoriere del San Paolo su esplicita richiesta di
Vittorio Amedeo II nel 1709. Lo stesso anno, inoltre, il duca
aveva fatto in modo che Berlenda fosse cooptato nel Consiglio di
città, come decurione di seconda classe
60
.
Come si vede, allora,
l’
affaire
Berlenda si presta a molteplici letture, che solo ricerche
ad hoc
potrebbero aiutare a chiarire.
Quello che mi pare chiaro, tuttavia, è che il compiuto dispie-
garsi dell’assolutismo sabaudo sulla Compagnia non può consi-
derarsi un fatto acclarato, ma, al più, una tesi da dimostrare.
Nello stesso tempo, risulta evidente che la Compagnia ancora a
metà Settecento costituiva un soggetto politico attivo e di fonda-
mentale rilievo sulla scena torinese. Un esempio utile a com-
prendere quale incidenza potesse ancora avere si può trovare
anche in uno spazio almeno apparentemente ad essa lontano: la
corte.
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Nel 1730, a prova che il Consiglio di città lo riteneva personaggio gradito
alla corona, Berlenda fu scelto tra i rappresentanti del Municipio inviati a ren-
dere omaggio a Carlo Emanuele III alla sua ascesa al trono. Per diversi di que-
sti dati relativi all’
affaire
Berlenda sono debitore all’architetto Signorelli, che
qui ringrazio. Un rapido cenno alla vicenda, che meriterebbe però un apposi-
to studio, si trova in A
BRATE
, 1963,
pp. 113-114.
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