conto, da un estratto del suo testamento del 28 febbraio 1596
apprendiamo che egli, in qualità di «capo della Compagnia di
Sant’Orsola di questa città», legò 300 scudi d’oro da «distri-
buire in opera di maritar povere figliole all’arbitrio e conse-
glio del reverendo padre prior de’ Capuccini del Monte,
gionto il signor Horacio Rumone, dottor de leggi, suo nepo-
te, per vedere se nelle dette figliole concorreranno quelle
qualità che si ricercano». Francesco Benna, dunque, guidava
una confraternita, era imparentato con Orazio Rumone,
senatore del Senato di Piemonte, e intratteneva rapporti
devozionali con i cappuccini che, in quegli anni, continuava-
no ad assolvere ad attività caritative poi assorbite dalla
Compagnia
54
.
Nel 1598, infatti, il Rumone, in parziale osser-
vanza delle disposizioni del defunto zio, dichiarò di voler
assegnare il lascito per «quelle figliole che si retirano nella
Casa del Soccorso novamente eretta per la Compagnia di San
Paulo»; gli eredi diretti, Pietro e Gaspardo Benna, accon-
sentirono impegnandosi a pagare la somma «nelle mani delli
governatori della detta Casa del Soccorso» entro il gennaio
del 1600
55
.
I legami con i cappuccini, tuttavia, non parvero dete-
riorarsi, tanto più che a fra Ilario da Ceva, «guardiano» del
Monte, fu affidata la scelta delle prime due giovani da dotare
con 50 scudi ciascuna. Anche in questo caso, sia detto per
inciso, la selezione non fu casuale: il padre cappuccino indi-
cò come beneficiarie del lascito le «doe figliole del fu messer
87
54
La bibliografia sull’ordine dei cappuccini è vastissima. Per un orien-
tamento sulla sua diffusione e attività nel Piemonte di età moderna, cfr.
almeno P
OVERO
,
in corso di stampa.
55
ASSP,
Compagnia di San Paolo, Lasciti
,
scat. 71, fasc. 19/1, copia di
un atto del 26 gennaio 1598 firmato Rumone, seguito da atto del 3 mag-
gio dello stesso anno con il quale Pietro e Gaspardo, «fratelli de Bena»
(
figli di Francesco?), convennero con il parente (notaio Giovanni
Bartolomeo Peraudo).