beni paterni e di quelli del defunto fratello Giovanni Paolo, il
gesuita istituì un’insolita quanto precoce primogenitura a
favore del nipote Andrea, figlio della sorella Maria e di
Francesco Cuneo, cittadino di Torino; in cambio il ragazzo
avrebbe dovuto «prendere il cognome di Mura e unirlo al suo
e similmente prender l’arma di nostra casa e unirla alla sua»,
ma se avesse assunto comportamenti «strani o troppo aversi»
o, peggio, avesse commesso un «delitto d’Inquisitione», l’or-
dine era di «darli non pur un quatrino». Al Collegio dei gesui-
ti Giovanni Alberto lasciò un capitale di 1000 scudi, sempre
da trasmettere indiviso e «in primogenitura»: un terzo della
somma sarebbe stato utilizzato per la chiesa dei Santi Martiri
44
«
con fabrichare sette lampade d’argento che continuamente
ardino avanti le loro reliquie e somiglianti cose», un altro
terzo «nella libreria, comprandone sempre novi libri» e il
resto «in uso dell’infermeria del collegio». «Venendo caso che
detti padri si partissero di qua o detto collegio si disfacesse per
qualsivoglia causa» Giovanni Alberto sostituiva «in tutti i
detti beni il Monte di Pietà hora eretto nella Compagnia di
San Paulo, e questo venendo meno o disfacendosi, […]
l’Hospitale di questa città»: nella visione del Mura, così come
in quella più tarda del Tesauro, la Compagnia di Gesù e quel-
la «nobilissima et pietosissima» di San Paolo erano assimila-
bili nei meriti e nella fragilità delle cose umane che avrebbe
potuto provocarne la dissoluzione
45
.
84
44
Sull’edificio, cfr.
I Santi Martiri
, 2000.
45
ASSP,
Compagnia di San Paolo, Lasciti
,
scat. 113, fasc. 178/1, 1619,
ottobre 5 (notaio Giovan Giacomo Turinetti). Il testamento prevedeva
anche lo stanziamento di vari legati ai parenti e la celebrazione di
«
tante messe per me quanti vi sono religiosi e sacerdoti e curati e per
religiosi intendo padri sacerdoti delle religioni che sono in Torino:
dominicani, agostiniani, rifformati di San Tommaso, barnabiti e capuc-
cini». Mura disponeva inoltre che il nipote fosse «tenuto, lasciando io
alcun’opera da stampare, di procurarsi che si stampi».