Nell’arco di alcuni decenni, Carlo e Ottavio, i due fratelli che
ebbero maggior fortuna, riuscirono ad inserirsi nei circuiti econo-
mici che attraversavano l’Europa fino ai Paesi Bassi, attraverso
l’esercizio congiunto di attività commerciali, bancarie e finanzia-
rie. Al fine di concentrare per un lungo periodo gli apporti di capi-
tale ed ammortizzare eventuali perdite, a vantaggio di una note-
vole sicurezza economica, costituirono diverse associazioni com-
merciali e finanziarie, specializzate in «cambij et mercantie», in
Piemonte e all’estero. Spinti dall’ampliamento dei mercati e dagli
scambi commerciali, iniziarono a speculare sulle diverse quotazio-
ni valutarie e a giocare sulla liquidità delle monete ricavando gua-
dagni considerevoli; nello stesso tempo, si occuparono di far frut-
tare nei modi e nei tempi opportuni denaro altrui. Man mano che
si arricchirono, tesero a diversificare gli investimenti, scegliendo
con oculatezza tra le diverse opportunità redditizie che si presen-
tavano. A cavallo degli anni Venti e Trenta del Seicento anticipa-
rono ingenti somme a privati e a decine di comunità piemontesi,
molte delle quali furono costrette ad indebitarsi per assolvere alle
continue richieste ducali, prima tra tutte la città di Torino che nel
1622,
a causa dell’acquisto del «dritto della macina», contrasse
debiti con i Baronis per decine di migliaia di ducatoni
80
.
147
80
Agli inizi degli anni Venti, per rinvigorire le disastrate finanze ducali e
per poter continuare a sostenere le «spese per il mantenimento delle
Armate nostre sino sia conchiusa la pace che speriamo in breve», Carlo
Emanuele I decise di alienare alle comunità il diritto della macina. Una
parte cospicua dei soldi fu destinata come rimborso ai vari mercanti e
banchieri che avevano anticipato ingenti somme al duca. Questa impor-
tante operazione finanziaria venne di fatto controllata e gestita da un
ristretto gruppo di partitanti; oltre a Bernardino Gentile e ai fratelli
Carello, figurano Carlo e Ottavio Baronis. Decine di comunità furono
assegnate ufficialmente a questi banchieri direttamente da Carlo
Emanuele, con il diritto di esigere, nei modi da loro prescelti, le quote
fissate. Al solo Ottavio, tra il 1628 e il 1629, ne vennero affidate ben cin-
quantacinque, alcune dislocate nei dintorni di Torino, altre in provincia,