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educativo dell’opera, tale regolamento si esprimeva così: «art. 3. Il Monastero procura alle
orfane una educazione religiosa e propria del loro stato; insegna loro a leggere e scrivere, e gli
elementi d’aritmetica, e le occupa nei lavori propri del sesso, come quelli, che devono formare
il principale loro mezzo, onde poter provvedere alla loro sussistenza ritirandosi dal Monaste-
ro» (AST, s.p.,
Monastero delle Povere Orfanelle di Torino
,
Titoli Costitutivi e memorie storiche
,
m. 19, fasc. 1,
Regolamento pel Monastero delle povere orfane di Torino
,
Torino, Tipografia
Marietti, 1832).
69
Chiosso, 1997, p. 182.
un ambiente più ricco dal punto di vista educativo, con attività volte a miglio-
rare la qualità della vita delle alunne stesse.
Lungi dal voler fare indebite comparazioni con altre istituzioni che, sep-
pur con mandato diverso, raccoglievano un bacino di utenza molto vicino per
genere ed età a quello dell’istituto studiato, interessa sottolineare come, dalla
lettura dei primi articoli del regolamento, emergesse un’attenzione al concetto
di educazione e di “soggetto da educare” che andava ben al di là del pur essen-
ziale bisogno di istruire le persone, e che si esplicava soprattutto nell’impegno
a formare donne che al termine del percorso sarebbero risultate dotate di tutti
quegli strumenti che avrebbero consentito loro di ricoprire un determinato
ruolo sociale.Ancora una volta emerge la ricchezza dei contenuti di tali norme
e la definizione sempre più univoca del
target
a cui si rivolgeva l’istituzione:
alle ormai “dimenticate” giovani in pericolo di perdere l’onore, si sostituivano
donzelle di civile condizione che attraverso una buona educazione morale, in-
tellettuale e fisica si apprestavano a divenire buone madri di famiglia.
Quest’ultimo aspetto non deve essere sottovalutato, soprattutto se
si pensa che l’educazione e l’istruzione erano concepite in modo diverso a
seconda dei ceti sociali a cui si rivolgevano: per i figli dei nobili, come per
quelli delle famiglie definite di «civile condizione», educazione e istruzione
erano funzionali al ruolo che gli stessi avrebbero ricoperto nella società e alle
responsabilità cui sarebbero stati chiamati; per i ceti popolari, invece, offri-
re una forma di educazione, che poteva tradursi nell’istruzione, era ritenu-
ta opera di carità più che diritto della persona e come tale sembrava essere
maggiormente appannaggio della beneficenza che delle pubbliche autorità
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.
Riconoscendo all’educazione la facoltà di preparare il soggetto a ricoprire
un particolare ruolo sociale, vi si attribuiva una grande responsabilità, tale
per cui l’educazione ricevuta diventava requisito essenziale per accedere o
mantenere una determinata posizione sociale.
Educare donzelle di «civile condizione» era dunque diverso da occupar-
si di giovani “pericolanti”, non solo perché diversa era la dotazione di parten-
za, ma soprattutto perché le stesse erano destinate a ruoli differenti. Nel caso