196
Di diversa ispirazione fu invece la legge del 1890, voluta da Crispi in
seguito ad una lunga e dettagliata indagine sulle opere pie. La commissione
reale d’inchiesta nominata nel 1880 per cercare di far luce sul mondo delle
istituzioni assistenziali evidenziò la frammentazione dei patrimoni in una mi-
riade di medie e piccole fondazioni e l’ineguale distribuzione geografica dei
patrimoni pii, concentrati in larga misura in Piemonte e Lombardia
44
.
Crispi
tentò, pertanto, di mettere ordine istituendo in ogni comune le Congregazioni
di carità e trasformando le opere pie in Istituzioni pubbliche di beneficenza
(
IPB)
45
.
Cambiava la mentalità alla base della riforma legislativa: le opere
pie iniziavano ad acquisire un carattere di intervento “pubblico” e si allon-
tanavano gradualmente dal loro assetto privatistico. La necessità di ordine
si evidenziò nell’obbligo di concentrare le istituzioni elemosiniere (ormai
poco utili al bisogno sociale), le opere pie di dimensioni patrimoniali ridotte
e quelle presenti nei comuni con meno di 10.000 abitanti, prevedendo per
di più la possibilità per le opere di beneficenza con finalità similari di essere
raggruppate in un’unica istituzione
46
. «
La legge 17 luglio 1890 – scrive Lepre
stabilì, infine, la ‘trasformazione obbligatoria’ delle istituzioni di beneficen-
za non più vitali o i cui fini risultassero superati dai moderni indirizzi della
beneficenza»
47
.
Crispi, inoltre, con il suo progetto di riforma escluse i parroci
dalle Congregazioni di carità, attirando su di sé le critiche del mondo cattolico
italiano e incorrendo nell’opposizione del fronte clericale
48
. «
Il governo non
Saverio Nitti, raccogliendo trent’anni di critiche, nel 1892 affermò che la legge Rattazzi
«
aveva due scopi: 1) unificare la legge sulle opere pie in tutt’Italia, e 2) liberare le opere
pie dall’interferenza governativa abbandonandole a se stesse, in omaggio al ‘sistema della
libertà’. Tuttavia il ‘sistema della libertà’ mai come in questo caso si rivelò completamente
fallimentare: gli abusi furono tali e talmente gravi che pubblicisti e scrittori famosi se ne
occuparono ripetutamente». In particolare Nitti faceva riferimento ad un utilizzo improprio
delle risorse destinate ai poveri e ai bisognosi, «le opere pie erano diventate oggetto di de-
predazione […] grossi capitali sparivano senza che alcun beneficio ne derivasse ai poveri. Le
opere pie rurali, lontane dalle grandi città e prive di qualsiasi forma di sorveglianza, diven-
nero l’arena delle contese politiche locali servendo spesso ad interessi puramente personali
o a scopi di parte» (Nitti, 1958, pp. 225-249).
44
Per una lettura più approfondita dei risultati dell’inchiesta si vedano Farrell-
Vinay, 1997, pp. 237 sgg., e Lepre, 1988, pp. 79 sgg.
45
Nel 1923, con il regio decreto del 30 dicembre, n. 2841, tale denominazione verrà modi-
ficata in Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza (IPAB).
46
Ad essere oggetto di possibili trasformazioni erano le istituzioni riguardanti le doti di
monacazione, gli istituti per catecumeni, i ritiri o convitti con scopi di sola clausura e non
di educazione della persona, le confraternite, ecc., tutte quelle opere che in sostanza non
offrivano più un utile servizio al bisogno comune.
47
Lepre, 1988, p. 129.
48
L’opposizione cattolica si espresse attraverso le pagine delle riviste più importanti