192
di certi gruppi essa rappresentava un residuo fossile dell’
Ancien Régime
»
32
.
La questione arrivò fin alle sale del Parlamento dove il deputato Dalmasso
giunse a chiedere la soppressione della Compagnia. Istituita una Commissio-
ne d’inchiesta, essa non rilevò alcuna irregolarità se non la gestione di un pa-
trimonio del tutto ragguardevole. Anzi, la Commissione «approvò il sistema
della contabilità adottato, per essere non solo conforme al r. editto del 1836,
ma ben anche migliorato sotto parecchi essenziali rapporti»
33
. «
Non vi fu – in
sostanza – alcuna materiale malversazione nei fondi» e «gli ordinamenti della
Compagnia non vennero per alcun modo negletti o violati». Si ritenne che il
motivo dei pubblici richiami e censure provenisse non da abuso, ma bensì da
«
rigorosa applicazione della regola preesistente»
34
.
L’inchiesta sembrava es-
sersi conclusa con una netta vittoria per la Compagnia. In realtà non fu così:
se da un lato la Compagnia di San Paolo venne elogiata per la rigorosa strut-
tura organizzativa, dall’altro il capitale che amministrava, il cui valore si ag-
girava intorno «alla vistosissima somma di L. 6.210.931», non poteva passare
inosservato. La Commissione ritenne «assolutamente inconciliabile» mante-
nere nelle mani della Congregazione la gestione «assoluta ed esclusiva di uno
tra i più cospicui patrimonii che esist
evano
nello Stato» per lo stesso nome
della Compagnia, la quale, in qualità di confraternita, era vincolata a statuti
e regole spesso non al passo con i tempi. Una somma così considerevole e la
decisione da parte dei Sanpaolini «d’affidarne l’esercizio a persone religiose
[…]
anziché ad esperti amministratori e di determinare in segreto […] le fa-
miglie e gli individui a soccorrersi» sarebbero state per la Compagnia oggetto
di continue insinuazioni e l’avrebbero continuamente esposta «a sinistri so-
spetti, alle maldicenze, alle censure del pubblico, a cui non si può contendere
il diritto di conoscere l’uso in cui si convertono le sostanze del povero»
35
.
Per
della Congregazione di San Paolo il marchese Cesare Taparelli d’Azeglio. La sua vici-
nanza al mondo gesuitico era comprovata dall’appartenenza all’Amicizia cattolica, sor-
ta come naturale prosecuzione della precedente Amicizia cristiana, fondata dal gesui-
ta Nicolas von Diessbach a Torino intorno al 1775. L’Amicizia cattolica si poneva come
scopo quello di raccogliere i cattolici in un’associazione che, riallacciandosi alle cor-
porazioni religiose e agli ordini militari dei secoli precedenti, ne ereditava lo spirito
di difesa del cattolicesimo. Ispirata ad una fedeltà incondizionata alla Santa Sede, assecon-
dava con la sua opera l’apostolato della Chiesa. Il marchese Cesare Taparelli d’Azeglio rico-
prì diverse cariche sul territorio piemontese: nel 1816 fu governatore a Casale Monferrato e
pochi anni più tardi (1820) fu nominato ispettore generale degli Istituti di Pubblica Benefi-
cenza negli antichi Stati di Terraferma (Verucci, 1962, pp. 742-746).
32
Abrate, 1963, p. 159.
33
ASSP, I,
CSP
,
Storia
, 4,
fasc. 13, decreto ministeriale 5 luglio 1848. Cfr. Crivellin, 2007.
34
ASSP, I,
CSP
,
Storia
, 4,
fasc. 13, decreto ministeriale 5 luglio 1848.
35
Ibidem
.