127
le estratte a sorte non trovavano marito, il diritto alla loro dote passava alle
prime che lo avrebbero trovato, fra agosto e la successiva festa della purifica-
zione della Vergine
217
.
C’era inoltre la possibilità che fossero assegnate doti
costituite dall’Ufficio pio e dai redditi derivanti dal fondo del lascitoAgostino
Moja, effettuato nel testamento del 1674
218
.
Dalla seconda edizione dell’
Istoria
del Tesauro apprendiamo che fin
dagli inizi del Settecento la situazione delle doti era stata rivista, e che fu
stabilito di dare quattro doti ogni anno: due di ducatoni 30, corrispondenti a
142.10
lire, costituite coi proventi dell’Ufficio pio, e un’altra, la sopraccitata
dote Moja, pari a 24 scudi d’oro. Nel 1729, in seguito al reinvestimento del
capitale tale dote fu portata a 152.5 lire, e successivamente a 174 lire
219
.
Nulla
viene invece specificato sulla quarta dote.
Se nel Seicento il numero delle doti distribuite si presentava piuttosto
abbondante al Soccorso, tutt’altra situazione caratterizza i primi decenni di
vita del Deposito, dove non era prevista alcuna dote, né dalla Compagnia né da
lasciti privati. Solo nel 1700 la benefattrice Lucrezia Rivo Vertua dispose nel
suo testamento un fondo i cui proventi dovevano essere convertiti in una dote
annua di lire 100 per qualche ricoverata del Deposito che si fosse sposata
220
.
Per ciò che riguarda i valori, si tratta di doti molto povere, come si rileva
da un confronto con le doti pagate nella città di Torino
221
.
Come evidenziano i grafici relativi al 1710, 1750 e 1785, che ho scel-
to come anni campione, per tutto il XVIII secolo, nel complesso delle doti
cittadine i valori più bassi, e i più comuni, si aggiravano fra le 100 e le 300
lire. Certo la collocazione delle doti delle opere nella fascia più bassa dei
valori torinesi può apparire in contraddizione con la provenienza delle gio-
vani utenti, che abbiamo visto appartenere al ceto medio. Tuttavia va tenuto
in considerazione il fenomeno dell’accumulo di più doti, che consentiva di
raggiungere valori decisamente più significativi. Le prime indicazioni sul fe-
nomeno risalgono agli anni Quaranta del Settecento. Una certa Marcandina
nel 1741 ottenne insieme alla dote Gioanetti di lire 150 quella Moja di lire
217
Ibidem
.
218
Nel marzo del 1683 ad esempio, fu Paola Minotta ad avantaggiarsi della dote dell’Uffi-
cio pio; mentre l’anno dopo, Caterina Margherita Abella si sposò con una dote Moja (ASSP,
I,
Socc.
,
Ordinati
, 251,
ordinati del 13 giugno 1683 e del 1° agosto 1683).
219
Tesauro, 1701**; Voria, 1991.
220
ASSP, I,
CSP
,
Lasciti
, 130,
fasc. 238/2.
221
Devo la possibilità di questo confronto con il quadro delle doti torinesi al professor
Luciano Allegra, che mi ha offerto l’accesso ad un campione di doti da lui raccolto nei libri
dell’
Insinuazione di Torino
.