toglie che sin dai tempi del cardinale Giulio de’ Medici, poi
Clemente VII, cioè sin dal 1520, la Chiesa avesse dato inizio ad
apposite “Compagnie di carità”, per venire incontro ai poveri.
Ora non bastano più, e le sovvenzioni ducali assolvono il com-
pito (gravoso) fin dal tempo di Carlo Emanuele I, col risultato
importante di trasformare un luogo di carità in un luogo di
virtù, ovvero di esercizio di «arte mecanica», come il Tesauro,
con qualche acrobazia linguistica, specifica. Il risultato raggiun-
to è retoricamente garantito da un’enumerazione, non “caoti-
ca”, siffatta: «Vidersi subito con maraviglia della città per tutte
le sale e portici di quel palagio nascere ordigni, sorger telai,
girar filatoi; chi carminar, chi innaspare, chi tessere, fabricando
nastri, panni, velluti e riccami». Non solo del poeta di quel
tempo «il fin» era «la meraviglia», verrebbe voglia di chiosare
ricordando una celeberrima dichiarazione della
Murtoleide
,
e
confermando ulteriormente la mai smentita discendenza Mari-
no - Tesauro
20
.
Non dimentico, per questo felice momento (l’ultimo), che
il libro termina con l’affidamento alla Compagnia della gestio-
ne del prestito pubblico, il Monte della fede.
M
ARZIANO
G
UGLIELMINETTI
25
20
Cfr. E. T
ESAURO
,
Il cannocchiale aristotelico
…,
Torino, B. Zavatta,
1670 (
rist. anast., Savigliano, Editrice Artistica Piemontese, 2000), pp.
243, 246-247.