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rappresentava per l’onestà delle donne accolte, tanto da attribuire ad esso le
difficoltà a trovare una collocazione per le figlie. Ancora una volta venivano
ribadite le difficoltà di gestione nate dalla mescolanza di soggetti di indole
diversa, e si citava in particolare il caso di una figlia che «sotto l’aria d’uno
spirito penitente, senza una somma vigilanza, contaminata avrebbe la casa
con nefande massime contrarie al buon costume». Nello stesso documento, la
Compagnia riconosceva che l’Opera delle convertite si era allontanata dallo
spirito originario, ma manifestava anche la convinzione che non poteva essere
altrimenti. I confratelli proponevano perciò di spostare le ricoverate delle
Forzate in una casa di correzione e di utilizzare invece l’opera per accogliere
donne che desiderassero trascorrere la loro vita al suo interno, analogamen-
te a quanto accadeva già in altre città. In particolare, le Forzate avrebbero
potuto servire «di ricovero e ajuto a tante povere persone, che tutto dì s’in-
contrano, e singolarmente di Vedove povere, e ben nate, e di tante donne
malmaritate, li di cui genitori si rendono tanto più sensibili quanto che manca
il mezzo di aiutarle»
48
.
È evidente che malgrado le ingerenze del sovrano la
difesa dello
status
continuava a rappresentare il motore di tutta l’attività assi-
stenziale della Compagnia.
Alla fine degli anni Sessanta le resistenze della Compagnia finirono per
avere un riscontro positivo. Nel 1768 infatti, essa ricevette l’ordine di non
accogliere più donne senza ordine del sovrano, salvo dietro pagamento di
pensione. La motivazione era di poter risparmiare il denaro necessario per
sostenere la realizzazione di «una casa più vasta, più sana e più adatta all’uso
di detta Opera». Anche il sovrano avrebbe contribuito alle spese e anch’egli
concordava che la nuova opera «dovesse servire per donne di nascita civile,
che ne fossero bisognose, ed al caso regolarmente di pagare compettente pen-
zione». Ma l’attuazione di tale progetto non avvenne nei termini tracciati dal
sovrano. Nel 1776 nacque una nuova opera destinata ad accogliere una cin-
quantina di donne di cattiva reputazione, il Ritiro del Martinetto, ma a spese
della Città di Torino. L’edificio era cinto da mura che isolavano completamen-
te dall’esterno, interrompendo ogni legame con la città.Al suo interno vi era-
no un cortile e un giardino, che consentivano alle recluse di stare all’aperto,
in condizioni di assoluta sorveglianza, e una cappella a uso esclusivo
49
.
Alla
Compagnia spettò solo l’onere di versare alla nuova opera un sussidio annuo
48
ASSP, I,
Dep.
, 249,
fasc. 9; AST,
Luoghi pii di qua dai monti
,
m. 20, fasc. 1, Relazione
dell’origine e progresso dell’Opera delle Convertite della Città di Torino, con progetto per
l’erezione di una nuova casa, 31 luglio 1758.
49
Cavallo, 1995, pp. 235-236.