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Come dimostra il saggio di Maritano, le Opere della Compagnia aveva-
no in realtà già mutato finalità e metodi di intervento nella seconda metà del
Settecento, secondo un modello che anche altri enti benefici cittadini avevano
adottato. Però, il fatto che tale mutamento sia giunto formalmente a compi-
mento solo nel 1853, in seguito alla riorganizzazione complessiva dello statu-
to e dell’amministrazione del San Paolo, non va sottovalutato. È probabile,
infatti, che il passaggio da funzioni assistenziali e di controllo sociale ad altre
più squisitamente educative e formative sia avvenuto per gradi. In effetti, in
età moderna, non solo per le istituzioni benefiche sanpaoline, ma anche per
molti altri istituti filantropici torinesi, è spesso difficile distinguere l’assistenza
dall’educazione. Nate con finalità di sostegno e talvolta anche di sorveglianza,
per meglio svolgere il proprio compito, nel corso del tempo molte opere pie
ricorsero anche all’istruzione e all’educazione. In questo senso, l’alfabetiz-
zazione condotta su testi e precetti religiosi, così come i lavori donneschi,
costituivano altrettanti strumenti offerti alle ospiti per divenire cristiane e
cittadine migliori, oltre che per trovare più facilmente un’occupazione. Non a
caso, gli enti benefici sorti prima della Rivoluzione avevano nomi come “rifu-
gio”, “rifugino”, “ritiro”, “ricovero”, “opera”, “casa”, “conservatorio”, a con-
ferma dei compiti di protezione e di controllo sociale che essi si proponevano
di svolgere. Col tempo, però, le mansioni assistenziali si distinsero sempre
più nettamente da quelle educative e, di conseguenza, lo spettro delle attività
degli enti benefici si diversificò.
Ciò che sembra non essere mutato dopo la Rivoluzione è la centralità
riservata alla componente etica dell’educazione delle donne, specialmente di
quelle agiate. In realtà, anche per i maschi l’istruzione e l’educazione conti-
nuarono a essere incentrate sui doveri più che sui diritti, nei confronti di Dio,
del re, della società e della famiglia. Ma mentre nelle istituzioni maschili le
finalità morali dell’educazione erano implicite, in quelle femminili la loro im-
portanza continuò a essere rimarcata sin dalla denominazione: per tutto l’Ot-
tocento, con l’eccezione di quelli pubblici, gli istituti privati torinesi, quando
non conservarono le denominazioni settecentesche, preferirono non definirsi
mai semplicemente scuole, ma piuttosto “educatori”, nel caso di gestione lai-
ca, o “educandati”, quando erano retti da congregazioni religiose.ATorino fu
questo il caso del Duchessa Isabella, ma anche dell’Opera della provvidenza,
che nel corso dell’Ottocento divenne, appunto, Educatorio. Non bisogna poi
dimenticare che la scuola delle Opere pie di San Paolo smise il nome cinque-
centesco di Istituto del soccorso solo nel 1883, in occasione delle nozze del
principe Tommaso di Savoia, duca di Genova, con la principessa Isabella di
Baviera, divenendo “Educatorio duchessa Isabella”.