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Meno evidenti sono i meccanismi attraverso i quali si arrivò alla conver-
sione in educatorio del Deposito; essa appare semplicemente come il risultato
di una progressiva assimilazione dell’opera al Soccorso. Alla fine del XVIII
secolo il funzionamento di entrambe le opere è molto simile, esse sono ormai
di fatto due educatori.
Diverso è il caso delle Forzate, dove gli unici effettivi elementi di di-
stinzione rispetto alle altre due opere, vale a dire la maggiore età delle donne
accolte, e presumibilmente lo stato civile di coniugate o vedove, essendo in-
conciliabili con gli intenti educativi e sempre meno assistenziali della Com-
pagnia di San Paolo, determinarono un esito differente. L’opera divenne una
casa di accoglienza senza particolari finalità e si avviò a una chiusura che, data
la crisi economica di fine secolo, rappresentò anche un espediente per salvare
l’Opera delle convertite dallo stato di difficoltà in cui versava: ad essa infatti
furono girati i fondi delle Forzate.
Il passaggio da istituti assistenziali a educatori fu dunque un percorso
spontaneo e in parte determinato dal basso, non deciso a priori, che avvenne
gradualmente ma in un contesto di continuità, senza rotture. Né ci furono ra-
pidi o improvvisi mutamenti nei fini e nei metodi educativi. Tanto al Soccorso
che al Deposito, e non diversamente alle Forzate, il fine principale restò la
formazione di personalità malleabili, umili, preparate alla rinuncia e prone
al volere altrui. Gli unici cambiamenti che emersero nel tempo furono deter-
minati dalla necessità di adeguarsi ai nuovi requisiti sociali delle internate. I
lavori domestici furono progressivamente ridotti, si imposero come attività
prevalenti il cucito e la stiratura, e a fianco del lavoro assunsero uno spazio
maggiore le lezioni di apprendimento della lettura, scrittura e calcolo. È tutta-
via evidente che le internate non erano soggetti passivi e pronti alla sottomis-
sione. Se è vero che la documentazione non parla di ribellioni e contiene solo
rari accenni a tentativi di fuga e a provvedimenti di espulsione, emerge con
evidenza la difficoltà delle opere di ottenere un rigoroso adeguamento dei
comportamenti alle regole, tanto che a fine Settecento la vita interna risulta
ormai ben lontana da queste ultime.
Famiglie e internate, inoltre, tesero a guardare alle istituzioni come a
risorse a cui attingere. Sono da interpretare in questa ottica anche le inadem-
pienze dei famigliari e dei fideiussori nel pagamento del vestiario, che si con-
centrano soprattutto nel Seicento, e le lunghe permanenze di alcune figlie nel-
la seconda metà del Settecento. In quest’ultimo caso, direi che le famiglie più
che disinteressarsi alle figlie mostrarono di vedere sempre più nella perma-
nenza a vita una sistemazione alternativa al matrimonio e alla monacazione,
pratiche che col procedere del Settecento perdevano sempre più il carattere