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destini di vita riconosciuti come possibili per una donna, soprattutto tra le
classi benestanti. La stessa cultura illuminista, nel valorizzare il ruolo mater-
no della donna, rafforzò la sua identità di moglie e madre educatrice, con-
tribuendo così a limitare le possibilità di un ruolo attivo nella vita pubblica.
L’idea che la donna potesse autosostenersi col proprio lavoro, pur comin-
ciando ad affiorare verso la fine del Settecento, nel concreto faticò a imporsi.
Anche quando ciò avvenne, il ruolo per eccellenza della donna restò quello
di moglie e madre, e il lavoro esterno alla famiglia divenne un criterio di dif-
ferenziazione e un elemento di disuguaglianza fra le classi. Fu accettato per
le donne dei ceti più umili ma continuò ad essere visto come non appropriato
alle donne del ceto medio-alto, a cui appartenevano le figlie del Soccorso e
del Deposito.
Certamente la difficoltà di mettere insieme una dote adeguata alla po-
sizione sociale della famiglia di origine e quindi di trovare un marito so-
cialmente consono deve aver giocato un ruolo determinante in molti destini
femminili. Non possiamo tuttavia generalizzare troppo e guardare all’inter-
namento a vita come a una soluzione di ripiego per aspiranti mogli insoddi-
sfatte. In diversi casi, la sistemazione in una piazza perpetua dovette essere
vissuta come un’alternativa dignitosa al matrimonio o alla monacazione. Tal-
volta essa appare una scelta del tutto personale: nel 1793 Maria Margherita
Francesca Destefanis, dopo 9 anni di internamento e l’ottenimento di una
dote di lire 900, decise di rinunciarvi a favore di un’altra figlia e in cambio
della promessa di una piazza perpetua
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Altre volte, risulta determinante
anche l’intervento di qualche famigliare: Maria Teresa Porporato ottenne
che la sua piazza fosse resa perpetua in seguito all’intervento del fratello,
che donò lire 1500, come nel 1765 aveva fatto anche lo zio di Teresa Bruno
con lire 2000
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In un mercato matrimoniale in cui la dote era un elemento essenziale
e imprescindibile, queste cifre avrebbero costituito doti assolutamente appe-
tibili per un aspirante marito proveniente dal ceto medio. Non erano solo le
considerazioni economiche, dunque, a determinare la scelta di non sposarsi.
Anche ad Angela Maria Curlanda, orfana di entrambi i genitori e con
un solo fratello vivente, ma lontano, l’istituzione deve essere parsa come il
luogo rassicurante in cui trascorrere la propria esistenza. Sappiamo infatti
che aveva ereditato dai genitori beni e valori pari a 3970 lire, che convertiti