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mancanza di una tutela maschile e in situazioni di difficoltà della famiglia di
origine.
Infatti, poiché l’onestà della donna era considerata in pericolo in ogni
situazione in cui mancava la tutela maschile, la sola condizione di orfana di
padre, o di vedova, o di moglie abbandonata dal marito era sufficiente per
gettare un’ombra di sospetto sulla sua reputazione. In questi casi si direbbe
che la donna stessa, oltre che la famiglia, viveva l’internamento come una so-
luzione necessaria per mantenere integra la sua reputazione. Inoltre, essendo
l’uomo il
bread-winner
per eccellenza, nel momento in cui veniva a mancare
la sua figura non era raro che la famiglia cadesse in oggettive difficoltà eco-
nomiche. È perciò inevitabile che i due aspetti, ideologico e pratico, si presen-
tino strettamente collegati e che l’istituzione finisca per agire con un duplice
obiettivo: da un lato preservando l’onore della donna, e dall’altro consenten-
do al nucleo famigliare in difficoltà di scaricare all’esterno del proprio bilan-
cio il costo di un membro della famiglia. Non era necessaria una condizione
di indigenza per trovarsi in un tale bisogno, ma piuttosto il pericolo di cadere
nella vergogna di non riuscire a mantenere il livello di vita adeguato al ceto
sociale di appartenenza.
Fin verso la metà del XVIII secolo, l’internamento costituì dunque
un’aspirazione dettata da una condizione di bisogno al tempo stesso eco-
nomico e morale. Man mano che avanziamo nel secolo tuttavia, le difficoltà
economiche e la tutela morale delle giovani divennero elementi secondari,
presenti con saltuarietà, e via via sempre più assenti. Troviamo ancora riferi-
menti occasionali a questi fattori nella gestione delle piazze dell’opera. Nel
1759
ad esempio, davanti al caso di una certa Ollivero con «buone qualità
personali» ma i cui parenti non potevano più pagare la pensione, si decise di
tenerla senza assegnarle una piazza e di sfruttare le sue «abilità nella profes-
sione di speciaro» nella preparazione di acque medicinali
172
.
Nelle piazze di
fondazione privata invece, il legame parentale prese il sopravvento su ogni
altro requisito, fino a divenire di per sé motivo sufficiente per l’ammissione.
Lo sviluppo di queste piazze, e soprattutto la creazione delle piazze
Crosa, imposero un’ulteriore “virata” dell’opera verso il ceto civile: questa
era infatti la categoria sociale a cui dovevano andare le piazze.A questo pun-
to però, e soprattutto a partire dagli anni Settanta del XVIII secolo, diversi
elementi mettono in evidenza un’aspirazione all’ingresso non più dettata dal
bisogno ma dalla percezione dell’ammissione come di un privilegio e di un
172
ASSP, I,
CSP
,
Repertori dei lasciti
, 163,
s.v.
«
Soccorso», ordinato del 23 dicembre 1759.