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attribuiti a personale stipendiato invece che alle fanciulle stesse fa pensare
che si accentuasse il carattere non popolare delle utenti: a queste si insegnava
a cucire, filare, riparare la lingeria, a far pizzetti, tutte attività che troviamo
tra i compiti domestici anche delle donne di classe media e persino superiore,
mentre i lavori più umili (pulire, cucinare) si supervedevano ma non si svol-
gevano in prima persona
19
.
È possibile che anche la piccola dimensione di
queste istituzioni, abitate, come sottolinea Maritano, da numeri molto esigui
di ricoverate, le renda appetibili per il ceto medio: piccolo significa prestigio-
so, difficilmente accessibile e ciò contribuisce a spiegare le dinamiche com-
petitive per entrarvi. Lo studio chiarisce in effetti come, ben diversamente
da quanto sostenuto da Sherrill Cohen per le istituzioni femminili fiorentine,
quelle torinesi erano luoghi in cui è desiderabile e non facile entrare. Spostan-
do l’accento dalle politiche dall’alto alle pressioni dal basso, Maritano mette
in luce in effetti una varietà di strategie attuate dalle famiglie per aggirare le
regole e piegarle alle proprie esigenze. Tra queste vanno ricordate lo sposta-
mento della stessa giovane da un tipo di piazza ad un altro per prolungarne
il soggiorno nell’istituzione, il ricovero di più sorelle, o addirittura quello di
diverse generazioni di donne della stessa famiglia, che sembrano dar luogo a
vere occupazioni dell’istituzione da parte di alcune famiglie.
Questa attenzione alla domanda è dunque molto proficua perché mo-
stra come già negli ultimi decenni del Seicento queste istituzioni comincias-
sero ad essere viste come luogo desiderabile dove crescere una figlia dal ceto
medio. Si noti la datazione anticipata rispetto al caso romano analizzato da
Groppi, che pone sul finire del Settecento la trasformazione della compo-
sizione sociale delle assistite, che da miserabili divengono parte di un ceto
medio e rispettabile. D’altra parte, in un recente studio su Bologna Lucia
Ferrante ha mostrato come già nel tardo Cinquecento il conservatorio fem-
minile di Santa Marta si rivolgesse precipuamente alle povere “declassate”,
e cioè ad una povertà elitaria. Ferrante suggerisce dunque che l’azione di
questa istituzione fosse da iscriversi nel più vasto fenomeno dell’assistenza ai
“
poveri vergognosi”. Il caso torinese studiato da Maritano pare però scostar-
si anche da questa interpretazione, che associa l’operare delle istituzioni per
fanciulle alla difesa dello
status
di
élites
in declino
20
.
L’autrice sottolinea come
al Soccorso esistano fin dall’inizio piazze rivolte a giovani che hanno i mezzi
per pagare una “pensione”. Scompare inoltre ben presto dalle condizioni per
19
Ajmar-Wollheim, 2006; Ago, 2003, pp. 231-234.
20
Sui “poveri vergognosi” si veda Ricci, 1996.